Sovranità digitale: cloud nazionale o hyperscaler?
Ad Acilia e Pomezia, alle porte di Roma, e a Rozzano e Santo Stefano Ticino, in Lombardia, si trovano i data center del Polo Strategico Nazionale: l’infrastruttura cloud pensata per ospitare i dati e i servizi critici della pubblica amministrazione italiana. Dietro l’acronimo PSN c’è una scommessa precisa, che lo Stato debba controllare almeno una parte dell’infrastruttura su cui girano i propri dati.

Il PSN è partecipato da TIM (45%), Leonardo (25%), CDP Equity (20%) e Sogei (10%). Nasce nell’ambito della Strategia Cloud Italia e del PNRR, con l’obiettivo dichiarato di dare alla PA un’alternativa “cloud-first” che non dipenda esclusivamente da fornitori extraeuropei.
Il tema, però, non riguarda solo la pubblica amministrazione. Riguarda te, se lavori in un’azienda che deve decidere dove far girare i propri dati, e riguarda l’intero mercato del cloud europeo, dove, secondo un rapporto pubblicato a dicembre 2025, AWS, Microsoft Azure e Google Cloud controllano insieme circa il 70% della domanda, mentre i fornitori europei si dividono appena il 13%.
Due argomenti a confronto
Chi sostiene il cloud nazionale
L’argomento centrale è giurisdizionale. Il CLOUD Act statunitense del 2018 consente alle autorità americane di richiedere l’accesso a dati custoditi da aziende soggette alla legge USA, indipendentemente da dove si trovano fisicamente i server. Per chi gestisce dati sanitari, fiscali o legati alla sicurezza nazionale, questo basta a giustificare un’infrastruttura sotto controllo italiano o comunque europeo.
A questo si aggiunge un argomento industriale: senza un polo nazionale, sostengono i favorevoli, l’Italia rinuncia a costruire competenze e occupazione qualificata nel settore, delegando a fornitori esteri anche la parte più remunerativa della filiera digitale.
Chi difende gli hyperscaler
Chi preferisce gli hyperscaler parte da un dato tecnico: la scala. AWS, Microsoft e Google investono ogni anno decine di miliardi in infrastrutture, sicurezza e ridondanza geografica, cifre che nessun consorzio nazionale può replicare nel breve periodo. Per molte aziende, soprattutto quelle più piccole, il vantaggio in termini di continuità operativa supera il rischio giurisdizionale.
Chi argomenta in questo senso ricorda anche che dal 12 settembre 2025 è applicabile il Regolamento (UE) 2023/2854, il Data Act, che impone ai fornitori cloud, hyperscaler compresi, obblighi di portabilità: due mesi di preavviso e trenta giorni di assistenza tecnica per chi vuole cambiare fornitore. Il vincolo di fornitore, secondo questa lettura, si sta già riducendo per via normativa.
Il caso EUCS: la sovranità si scrive anche nelle certificazioni
La stessa tensione si è giocata, con toni meno pubblici ma conseguenze pratiche, nella definizione dell’EUCS, lo schema europeo di certificazione di sicurezza per i servizi cloud sviluppato da ENISA nell’ambito del Cybersecurity Act. Le prime versioni del testo imponevano ai fornitori requisiti di sovranità stringenti per ottenere il livello di certificazione più alto: sede legale nell’Unione, dati conservati in territorio UE, accesso riservato a soggetti sotto controllo europeo.
Le pressioni dei fornitori statunitensi, e dello stesso rappresentante commerciale USA, che ha definito quei requisiti una barriera commerciale discriminatoria, hanno portato a una revisione dello schema tra il 2024 e il 2025, con un allentamento dei vincoli di sovranità più rigidi. Il risultato, per chi guarda al dossier con occhio critico, è una certificazione tecnicamente meno ambiziosa di quanto inizialmente previsto, ma politicamente più praticabile.
Un dossier collegato, anche se meno visibile nel dibattito pubblico, è quello dei trasferimenti di dati verso gli Stati Uniti. Il Data Privacy Framework, in vigore dal 10 luglio 2023, ha sostituito i precedenti accordi bocciati dalle sentenze Schrems I e Schrems II e permette di nuovo trasferimenti semplificati verso le aziende statunitensi autocertificate. La Corte di giustizia dell’UE ha confermato la validità dell’accordo, ma il CLOUD Act resta in vigore: il framework non lo abroga, si limita a costruire attorno ad esso garanzie ritenute equivalenti a quelle del GDPR.
Nessuna delle due parti, in questo caso, ha ottenuto tutto quello che voleva.
Non è un dibattito nuovo, e non riguarda solo l’Italia. È lo stesso confronto che si ritrova, con proporzioni diverse, dietro le misure del PNRR per la transizione digitale delle imprese: capitali pubblici che spingono verso la modernizzazione, ma lasciano aperta la scelta del fornitore a valle.
Per le aziende che devono scegliere oggi, la questione si traduce spesso in una domanda più operativa: quali carichi di lavoro tenere su infrastruttura nazionale o europea, e quali affidare a un hyperscaler: una scelta che si inserisce nel percorso più ampio della trasformazione digitale delle imprese italiane. È la logica ibrida descritta nell’articolo sul cloud per le imprese, dove IaaS, PaaS e SaaS convivono spesso nello stesso stack, distribuiti tra fornitori diversi.
Un dettaglio meno discusso: il PSN stesso si presenta come infrastruttura “multicloud”, non come alternativa esclusiva agli hyperscaler. Anche il progetto nato per rispondere alla sovranità digitale, insomma, non esclude del tutto i fornitori che dovrebbe in parte sostituire. Vale la pena ricordarlo, quando il dibattito si polarizza.
Domande frequenti
Chi possiede il Polo Strategico Nazionale?
Il PSN è partecipato da TIM al 45%, Leonardo al 25%, CDP Equity al 20% e Sogei al 10%, nell’ambito della Strategia Cloud Italia legata al PNRR.
Cos’è il Data Act europeo e da quando si applica?
Il Regolamento (UE) 2023/2854 è applicabile dal 12 settembre 2025 e introduce obblighi di portabilità tra fornitori cloud, con un preavviso di due mesi e trenta giorni di assistenza tecnica alla migrazione.
Che quota del mercato cloud europeo hanno gli hyperscaler americani?
Secondo un rapporto pubblicato a dicembre 2025, AWS, Microsoft Azure e Google Cloud controllano insieme circa il 70% della domanda cloud in Europa, mentre i fornitori europei si dividono circa il 13%.
Cos’è il CLOUD Act statunitense?
È una legge del 2018 che consente alle autorità statunitensi di richiedere l’accesso a dati custoditi da aziende soggette alla giurisdizione USA, anche quando i server si trovano fuori dagli Stati Uniti.