AI e lavoro in Italia: sostituzione o complemento?
Il mercato italiano dell’intelligenza artificiale ha raggiunto 1,82 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 50% sull’anno precedente, secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano. Dietro il numero aggregato, però, si nasconde una spaccatura netta: il 71% delle grandi imprese ha avviato almeno un progetto di IA, mentre il 76% delle piccole e medie imprese non investe ancora nella tecnologia.

Su questo terreno disomogeneo si è aperto un dibattito che attraversa sindacati, imprenditori e legislatori: l’intelligenza artificiale toglierà lavoro o lo trasformerà, aggiungendo capacità che oggi non esistono? Le due posizioni non sono equivalenti nei toni. Condividono però gli stessi dati di partenza.
Il contesto normativo: dal regolamento europeo alla legge italiana
Il Regolamento (UE) 2024/1689, noto come AI Act, è entrato in vigore il 1° agosto 2024. Da allora l’applicazione è avanzata per fasi: i divieti su alcune pratiche e l’obbligo di alfabetizzazione all’IA sono scattati il 2 febbraio 2025, le regole sui modelli general purpose il 2 agosto 2025. Il grosso degli obblighi, compresi quelli sui sistemi ad alto rischio, diventa pienamente applicabile il 2 agosto 2026.
L’Italia ha aggiunto un livello proprio con la Legge 132/2025, in vigore dal 10 ottobre 2025, che adatta il quadro europeo al contesto nazionale. Sul lavoro la norma stabilisce un principio preciso: le decisioni su assunzione, modifica o cessazione del rapporto di lavoro, compresi provvedimenti disciplinari e licenziamenti, non possono basarsi esclusivamente su un trattamento automatizzato. La decisione finale resta riservata a una persona fisica con potere decisionale.
Chi vede una sostituzione
Chi sostiene questa tesi parte da un’osservazione semplice: l’automazione, questa volta, non riguarda solo mansioni manuali o ripetitive ma anche attività cognitive: redazione di testi, analisi di dati, prima assistenza clienti, parte della programmazione. Sono compiti che fino a pochi anni fa sembravano al riparo.
L’argomento si rafforza citando la velocità di adozione nelle grandi aziende: se il 71% ha già avviato un progetto di IA e un quarto del campione è già “AI Scaler”, cioè ha integrato la tecnologia in modo strutturale, la curva di sostituzione (secondo questa lettura) è già iniziata e riguarderà in tempi brevi anche funzioni di livello medio.
Chi argomenta in questo senso aggiunge che la protezione normativa, per quanto reale, interviene sulla singola decisione di licenziamento. Non impedisce una riorganizzazione che riduce progressivamente il numero di posizioni aperte in un certo profilo.
Chi vede un complemento
La posizione opposta parte dal divario segnalato dallo stesso Osservatorio PoliMi: se il 76% delle PMI italiane, che insieme danno lavoro alla maggioranza degli occupati del settore privato, non investe ancora in IA, parlare di sostituzione diffusa oggi descrive un fenomeno circoscritto alle grandi imprese, non l’economia nel suo complesso.
Chi difende questa lettura richiama poi la Legge 132/2025 come segnale politico, non solo giuridico: il legislatore ha scelto di intervenire proprio perché considera l’automazione delle decisioni sul lavoro un rischio da limitare, non un esito da accompagnare passivamente.
Un argomento ricorrente riguarda la produttività. Molte imprese che hanno adottato l’IA riportano un aumento del carico gestito per persona, non una riduzione dell’organico: il complemento, in questi casi, si traduce in più output con lo stesso numero di addetti.
Uno sguardo ai dati della Banca d’Italia
Un contributo utile a leggere la questione con più precisione arriva da un lavoro della Banca d’Italia pubblicato nell’ottobre 2024, il Quaderno di economia e finanza n. 878, dedicato a una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale. Lo studio stima che oltre nove milioni di lavoratori italiani svolgono mansioni ad alta esposizione all’IA, e che più della metà di questi ne beneficerebbe, perché l’IA si comporta da complemento e non da sostituto della mansione. Le professioni più esposte non sono quelle manuali: contabili, analisti finanziari e responsabili delle risorse umane occupano le prime posizioni, mentre muratori e operai restano ai margini della classifica.
Il quadro, insomma, non è uniforme.
Lo stesso studio segnala però un rischio concreto per chi non riesce a restare nella propria occupazione: i lavoratori delle professioni più esposte che cambiano mestiere faticano a trovarne uno meno esposto e, quando ci riescono, subiscono spesso una riduzione salariale. È un dato che complica entrambe le narrazioni: conferma il complemento per la maggioranza, ma certifica un costo reale per chi non riesce ad adattarsi.
Le due letture convivono anche nei numeri della digitalizzazione delle PMI italiane, dove il ritardo strutturale delle piccole imprese rende difficile generalizzare un effetto univoco su scala nazionale. Lo stesso vale per gli incentivi legati alla Transizione 4.0 e 5.0, pensati per accompagnare i processi produttivi delle imprese che li richiedono, non per sostituirli dall’esterno.
Un punto su cui le due posizioni raramente si scontrano è quello della formazione. Solo il 7% delle aziende italiane, secondo lo stesso Osservatorio, offre formazione dedicata ai temi digitali ai propri dipendenti. Che si creda alla sostituzione o al complemento, questo numero resta basso in entrambi gli scenari. È forse il dato più trascurato del dibattito.
La supervisione dei modelli di IA per finalità generali, in Italia, è affidata all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, affiancata dall’AgID. Il perimetro di questa vigilanza si allargherà nei prossimi mesi, in parallelo con la piena applicabilità del regolamento europeo. Il tema più ampio della trasformazione digitale delle imprese italiane resta, in questo senso, un campo ancora aperto.
Domande frequenti
Da quando si applica interamente l’AI Act in Europa?
Il grosso degli obblighi del Regolamento (UE) 2024/1689, compresi quelli sui sistemi ad alto rischio, diventa pienamente applicabile il 2 agosto 2026, dopo un’entrata in vigore differita per fasi a partire dal 1° agosto 2024.
Cosa prevede la Legge 132/2025 sul lavoro?
Stabilisce che le decisioni su assunzione, modifica o cessazione del rapporto di lavoro non possono basarsi esclusivamente su un trattamento automatizzato: la decisione finale resta riservata a una persona fisica.
Chi vigila sull’intelligenza artificiale in Italia?
La supervisione sui modelli di IA per finalità generali è affidata all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, affiancata dall’AgID, nell’ambito del pacchetto attuativo della Legge 132/2025.
Le PMI italiane investono in intelligenza artificiale?
Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il 76% delle piccole e medie imprese italiane non investe ancora in intelligenza artificiale, a fronte del 71% delle grandi imprese che ha avviato almeno un progetto.